Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

(II Parte)

di AtlantisMaat

……….  Un mio ricordo

Io, durante la mia permanenza in Sicilia nel palazzo di mio nonno conobbi un uomo, Zzù Tino, che prima di diventare il factotum di mio nonno era stato ai suoi tempi uno dei trasportatori di zolfo su carro. Egli, a causa dell’improvvisa mancanza di lavoro per tutti coloro che prima erano connessi in qualche modo al mondo dello zolfo, dovuta, come sopra detto, ai nuovi procedimenti d’estrazione che portarono anche alla chiusura di tutte le fornaci che prima lo lavoravano e conseguentemente misero sul lastrico anche coloro che campavano facendo i trasportatori di zolfo con i loro  carri, finì, grazie anche alla magnanimità di mio nonno, col fare il cocchiere ed il factotum per lui, mentre sua moglie, donna Ena (da Filomena) divenne la cuoca di casa, e le sue tre figlie, Tina Anna e Rosa, le cameriere a tutto servizio di mia nonna. Abitava con tutta la sua numerosa famiglia nella foresteria del palazzo di mio nonno che gliela aveva messa a sua completa disposizione.

Quando eravamo soli, lui, con orgoglio, mi mostrava delle vecchie foto al magnesio, ormai  sbiadite dal tempo, in cui si intravedeva ancora lui messo a cassetta del suo “tiro a due”, carro al quale erano asserviti due enormi cavalli Normanni ai quali egli rimase affezionato al punto tale che il nonno, per non sentirlo più piatire, gli permise di tenerli nella sua scuderia assieme ai suoi, sino a che non avessero terminato il loro ciclo di vita.

Ogni tanto, quando mio nonno non c’era e lui faceva sgranchir loro le gambe, me li faceva montare a pelo e li faceva trotterellare, tenendoli per le briglie e correndo appresso a me lungo i viali del giardino di mio nonno, ed io che stavo in groppa a loro, data la loro mole, avevo la sensazione di poter dominare le cose come dall’alto di un palazzo, e vi assicuro che quella è stata una delle emozioni ed esperienze più belle della mia vita che ancora oggi ricordo con gran piacere.

Dopo queste cavalcate ero però costretto ad andare di corsa a lavarmi e cambiarmi, in quanto l’acre e pungente odore di quei cavalli pelosi, odore piacevole e che non scorderò mai, mi rimaneva appiccicato addosso in maniera direi quasi indelebile, al punto tale che, nonostante la strigliata con spugna e sapone che mi davo (in quanto non esistevano ancora ne i vari Badedas né i deo – spray) me lo sentivo ancora addosso e solo dopo una spolverata di talco ed una bella spruzzata di acqua di rose riuscivo a mitigarlo un pò.

Son però convinto che il nonno l’avesse scoperto, ma non me ne fece mai cenno, lo vedevo soltanto sorridere sotto i baffi quando mi avvicinavo a lui, che sicuramente doveva percepirne l’odore, e mi dava, con una delle sue grosse manone una grande   arruffata sui capelli, divertendosi ad intrigarmeli tutti.

Mi sia concesso ancora un breve inciso: anche mio nonno materno fu proprietario, ai suoi tempi, di una solfara siciliana, e ricordo che da giovinetto un giorno, mentre il buon zzù Tino (diminutivo di Agatino, nome affibbiatogli dal padre in seguito a grazia ricevuta dalla Santa Patrona di Catania), che da cocchiere col mutare dei tempi era diventato il suo “chauffeur” e ci portava in giro con l’automobile, in occasione di una battuta fattagli dal nonno circa il perché, dato che lui guidava allo scoperto, non avesse portato la sua “zzotta” (frusta) per ammansire i “cavalli dell’auto” (voleva dirgli in parole povere di cercare di andare più adagio, in quanto a parer suo stava correndo troppo) lui gli rispose: Cavaleri, chissa mica iè comu u mè carrrettu unni ca ci portava u suffuru, chissa curri sula e senza bisognu ca ci rugnu corpa di zzotta (Cavaliere, questa non è mica come il mio carretto col quale portavo lo zolfo, questa corre da sola e senza bisogno che usi la frusta).

Così dalla parola “suffuru” il discorso cadde ai tempi della solfara ed il nonno ricordò della disgrazia capitata tanto tempo prima ad un suo conoscente certo don Stefano (il padre di Luigi Pirandello) al quale la solfara si allagò e poi crollò, lasciando lui e la sua famiglia in brache di tela, la qual cosa sconvolse al punto tale mio nonno che si convinse ben presto a venderla ed ad investire il suo patrimonio in cose di diversa natura, restandogli di essa solo zzù Tino che sin da allora lavorava per lui.

Quella fortunata vendita (ma era risaputo che il nonno avesse naso per gli affari) precedette solo di poco l’avvento delle tecniche americane con le quali si andò a sovvertire completamente il lavoro di estrazione dello zolfo, che, divenendo esso automatizzato, decretò la fine di un’era. 

 

Ritornando a Pirandello

La villa dove egli nacque, villa Kaos, ricade oggi nel Comune di Porto Empedocle, mentre invece, al momento della sua nascita essa era ricadente per metà nel viciniore comune di Girgenti, oggi Agrigento.

Suo padre, Stefano, aveva sposato la sorella di un suo commilitone certa Caterina Ricci Gramitto.

La famiglia era agiata, in quanto il padre era proprietario di alcune miniere di zolfo.

Ricordo che andai a visitare anni fa la sua casa natale e di essa conservo il ricordo dell’ulivo secolare, sotto al quale egli amava sostare nelle afose giornate estive.

La villetta, niente di pretenzioso, è posta sulla sommità di una collina, spazzata in estate dal vento caldo proveniente dalla vicina terra d’Africa ed in inverno dalle libecciate che, intrufolandosi tra i possenti rami dell’ulivo ne facevano (ora non più, in quanto esso è stato sradicato da una tempesta) stormire le foglie e stridere i rami. Da lassù la vista spazia all’infinito sul Canale di Sicilia, molto spesso burrascoso, e lo sguardo si perde lontano sino quasi a sfiorare le coste della vicina Africa.

In questo ambiente gli fu facile dedicarsi alla scrittura ed alle poesie, cosa che del resto egli amava fare sin da ragazzo, in quanto, non essendo riuscito mai ad instaurare un buon rapporto con i suoi genitori, ciò lo portava a stare spesso da solo, in compagnia dei suoi libri e della sua fida penna, senza comunicare con nessuno.

Egli fin da ragazzo, soffrì d’insonnia, cosa questa che lo portava a dormire soltanto tre ore per notte, regalandogli pertanto un sacco di tempo in più da poter dedicare alle sue letture preferite ed in seguito alla scrittura.

Durante i suoi studi si appassionò molto alla Letteratura, finendo così, nel 1886 con l’iscriversi in Filologia Romanza all’Università di Palermo.

Spirito ribelle ed irrequieto sin da giovane, si trasferì in seguito a Roma.

continua……..

 

 

Luigi Pirandelloultima modifica: 2008-11-28T02:15:00+01:00da literary
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