Ferderico Garcia Lorca

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di AtlantisLonely

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Lo stesso Lorca, più che consapevole della propria impotenza di fronte alla “norma” sentimentale, scrisse nella più sorprendente delle suites, Nel bosco dei cedri di luna, del 1923:

E ancora:

S’apre nei miei occhi

il canto ermetico

delle sementi che non fiorirono.

Una vera e propria negazione dell’amore, anzi degli amori che, sempre nella stessa suite — che costituisce la più imponente auto-analisi poetica mai fatta da Lorca —, il poeta definisce, con chiara metafora, «I miei figli che non sono nati» (100 movimento: «Arco di lune»).

La caratteristica del percorso della poesia amorosa di Lorca — che si distingue con una certa nettézza dalla parallela traiettoria della poesia erotica 1 — consiste nel fatto che, se all’inizio la negazione sentimentale è decisamente patetica e individualistica, man mano che si procede nella maturazione espressiva si fa epica e universale, quasi una legge cosmica che invade ogni individuo, ogni relazione e ogni spazio affettivo. Per meglio esemplificare questo percorso, si può leggere la presente antologia come idealmente suddivisa in tre segmenti. Tuttavia, questi tre momenti, non rappresentano periodizzazioni in senso stretto-, cioè cronologico, in quanto presentano sovrapposizioni di date; essi esprimono invece differenziazioni modali, vale a dire maniere diverse di trattare il medesimo tema a seconda del progetto poetico in cui le singole poesie sono incluse o al quale fanno riferimento. Infatti, a partire dalla pubblicazione del Libro di poesie, raramente Lorca scrisse poesie d’occasione o sparse, poiché componeva quasi esclusivamente all’interno di progetti poetici predeterminati. Ma vediamo più da vicino i singoli segmenti. -II primo, che termina con Canzoncina montanara, comprende quattordici componimenti,  scritti tra il 1919 e il 1924. In questo primo perimetro si trovano racchiusi materiali di varia provenienza: poesie sparse, alcune delle quali inedite in Italia, che risalgono alla juvenilia, solo di recente resa nota; componimenti tratti dal già ricordato Libro di poesie e che si possono isolare dal loro con testo editoriale in quanto originariamente scritti come pezzi singoli e solo in seguito inseriti in quella che si può considerare l’unica semi-antologia lorchiana. Malgrado la loro varia estrazione e a dispetto dell’evoluzione stilistica che già si rileva in questo pur breve arco di tempo, queste quattordici poesie presentano un’innegabile coesione, data soprattutto dal loro carattere autosufficiente e dalla loro tendenza ad esprimere contenuti emotivi orientati all’autobiografia, attraverso le meditazioni solitarie di un soggetto poetico non ancora portavoce di un’umanità afflitta, ma voce esclusivamente di se stesso e del proprio incipiente fallimento sentimentale. Da qui nasce un’unitarietà di toni impietosamente lirici e persino elegiaci che scandiscono l’amore come nostalgia, come mancanza o come rimpianto. Il secondo segmento, nel quale abbiamo raccolto tredici componimenti, va da La passeggiata di Adeuna a Sonetto, e comprende esclusivamente poesie appartenenti al libro Canzoni, uscito nel 1927, e il cui sottotitolo recava la specificazione «(1921- 1924)». Tuttavia c’è da dire che se tale datazione avesse un’intenzione cronologica ci lascerebbe alquanto perplessi, poiché risulta smentita in vari modi. Anzitutto, la maggior parte dei manoscritti conservati porta la data del 1924; inoltre l’ottava sezione, «Eros con bastone», segnala addirittura l’anno di composizione, il 1925; tutte lè poesie, infine, furono ripetutamente rivedute, e alcune persino riscritte dall’autore nell’anno precedente la pubblicazione.

È evidente, dunque, che Lorca volle specificare con quelle due date un periodo poetico ben preciso, quello corrispondente a un progetto che si differenziava dai precedenti, e certamente anche da quelli a cui stava già lavorando al momento della pubblicazione (ad esempio, il Romancero gitano).

Nel terzo segmento, che va dal celebre romance La sposa infedele al sonetto Il poeta dice la verità, abbiamo raccolto nove poesie composte tra il 1926 e il 1936. Provengono da più progetti o libri poetici: Romancero gitano (1928), Poeta a New York (scritto nel 1929-1930 e uscito postumo nel 1940), diván del Tamarit (scritto nel 1934-1935 e pure edito postumo nel 1940) e Sonetos de amor o del amor oscuro (scritti nel 1935-1936 e pubblicati solo nel 1983). È facile rilevare come ben tre delle quattro opere coinvolte in questo segmento antologico siano rimaste inedite mentre l’autore era in vita. Forse non è un caso, sebbene gli impedimenti oggettivi verificatisi per ciascuna siano ormai noti alla storiografia lorchiana. Tuttavia, al di là dei giudizi di merito su queste opere, appare subito evidente che le ultime due sono dichiaratamente di tema amoroso e che tale tema viene ora accolto e sviluppato da Lorca in tutte le sue implicazioni sia sentimentali che erotico-sensuali. Nel  primo caso, ad esempio, l’utilizzazione nel titolo del termine arabo diván (o diwán) costituisce la ripresa dichiarata di una tradizionale forma poetica araba di poesia amorosa- sensuale. Nel secondo, il così malinteso amor oscuro degli splendidi sonetti si ricollega con esattezza, ma anche con libertà e modernità assolute, alla costruzione metaforica della poesia amorosa secentesca spagnola.

Ciò che visibilmente cambia rispetto alle poesie precedenti, e che costituisce I’elemento di coesione di libri così diversi l’uno dall’ altro, sono da una parte la violenza e l’aggressività sia del lessico e della sintassi che delle metafore, dall’ altra la tendenza di Lorca a trascinare l’intero universo all’interno della propria morte sentimentale, il che significa rendere cosmici sentimenti e ispirazioni individuali. Cosa che può fare solo un poeta. E Lorca aveva una tale consapevolezza del fatto che il “mestiere del poeta consisteva proprio nel saper captare questo trinomio poetico (amore-morte-arte) nella profondità di se stesso, ma a nome di tutti, da teorizzarlo in una celebre intervista rilasciata al giornalista Francisco Pérez Herrero, del quotidiano «La Mañana» di  León, nell’ agosto del 1933:

L’artista, e specialmente il poeta, è sempre anarchico nel senso migliore del termine, senza dover essere capace di ascoltare altra chiamata che quella che fluisce dentro di lui stesso mediante tre forti voci: la voce della morte, con tutti i suoi presagi; la voce dell’amore e la voce dell’arte.

Ma ancora più esplicito appare in questa sede quanto Lorca affermò nella penultima intervista pubblicata in vita, quella rilasciata il 2 aprile 1936 a Felipe Morales, del quotidiano madrileno «La Voz». Alla domanda «Federico, cos’è la poesia?», il poeta rispose:  La poesia è qualcosa che cammina per le strade. Che si muove, che ci passa accanto. […] La cosa più importante è trovare la chiave della poesia. […] Naturalmente nella poesia vive un problema sessuale, se è una poesia d’amore, o un problema cosmico, se la poesia cerca lo scontro con gli abissi.

Ferderico Garcia Lorcaultima modifica: 2009-06-05T06:00:00+02:00da literary
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